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Marta Calcaterra_1Novara, 8 ottobre 2019. Incontriamo il soprano Marta Calcaterra, impegnata in questi giorni con le prove di Ernani, che apre la stagione lirica del teatro Coccia di Novara. Artista versatile, si muove fra opera ed operetta e vanta presenze nei più importanti teatri italiani.

Lei ha appena partecipato a Gianni Schicchi (produzione di OperaLombardia), dal sorriso di un ruolo buffo alla tragedia di Ernani, cosa sente più calzante alla sua personalità?
Il Gianni Schicci, (rappresentato in questo allestimento insieme alle Heure Espagnole di Maurice Ravel) è prodotto dal circuito OperaLombardia, abbiamo debuttato a Brescia a settembre e lo abbiamo portato in scena pochi giorni fa a Pavia, il Direttore è Sergio Alapont, la regia di Carmelo Rifici. Nello Schicci interpreto Nella, l’ambientazione è spostata agli anni cinquanta del novecento, ma comunque mantiene inalterati i rapporti gerarchici fra i personaggi. La particolarità di questo allestimento è che alcune scene sono riprese come se si trattassedi un film e proiettate su schermo nel palco. Il mio ruolo nello Schicchi è incredibile, sono in scena per un’ora intera, accadono cose in continuo: si alternano burle e beffe fino al dolore per l’eredità perduta. Sono in scena diverse coppie, io ad esempio sono sposata con Gherardo: piccole famiglie che si scannano letteralmente all’interno di un clima di totale ipocrisia, insomma è divertentissimo! Non rispettando i rigidi canoni sociali del medioevo, come previsto nel libretto originale, i personaggi possono avere una libertà d’azione ed un approfondimento psicologico notevole, io posso permettermi di sgridare continuamente il mio marito di scena come se fossi una signorina di Franca Valeri. Ci sono gag molto divertenti come quando ci ritroviamo ad ubriacarci al bancone del bar in casa di Buoso Donati. E’ quasi uno shock quindi passare da un’opera dove si è in continuo movimento con vere e proprie corse sul palco e molta fatica fisica all’Ernani dove tutto è invece statico. Questa è la grande e classica opera verdiana, dalla notevole compostezza e classicità. L’allestimento che vedrete è splendido, tradizionale e maestoso con la regia di Pier Francesco Maestrini e la direzione di Matteo Beltrami. Qui interpreto Giovanna; la trama è caratterizzata da intrighi e segreti, la nutrice è un po’ la segretaria filtro da cui tutti devono passare per parlare con la protagonista, cosi come fa anche Don Carlo. Ovviamente la nutrice
2 preferirebbe vedere sposata Elvira con un re piuttosto che con quello che sembra inizialmente uno scapestrato. Nell’Ernani è necessario usare un tipo di recitazione molto compassata e il carattere psicologico dei personaggi è chiuso: solo pochi sguardi e gesti, l’ambientazione nel 1500 spagnolo comporta poi un maggiore senso di oscurità, erano questi gli anni della terribile Inquisizione. Interpreterò ancora il ruolo di una nutrice verdiana a breve, a novembre, in Trovatore che inaugura la stagione del Carlo Felice di Genova. In definitiva rispetto al mio carattere mi sento più vicina allo Schicchi e alla sua atmosfera divertente e scherzosa.
Continuiamo a parlare di Verdi: durante il Festival Verdi che ha luogo a Parma in questi giorni, si è assistito ad una produzione di Nabucco accolta da forti contestazioni soprattutto per la regia: quale è il suo rapporto con la parte scenica dello spettacolo? Come vede l’eterna diatriba tra allestimenti tradizionali e allestimenti atemporali e talvolta spiazzanti?
Ho seguito la vicenda Nabucco, che ha avuto grande eco sui social, ma non l’ho potuto vedere per i miei impegni lavorativi, non posso quindi esprimere una opinione in particolare su questo allestimento. Però in generale per le regie moderne posso dire che mi è capitato spesso di partecipare ad allestimenti che scelgono ambientazioni contemporanee anche se il libretto non lo prevede: mi è capitato con questo Schicchi, con Elisir d’Amore più volte, con Traviata. Il problema non è lo spostare l’opera a livello temporale, il pubblico oggi non si scandalizza più se si dice spada e si usa una pistola. L’essenziale è rispettare le gerarchie, la psicologia e i rapporti fra i personaggi, solo allora l’allestimento 3funziona e, anche se l’ambientazione è contemporanea è piacevole vedere qualcosa di diverso. Ugualmente belli sono gli allestimenti classici, come questo ora a Novara, con la sua corretta ambientazione e con i bellissimi costumi in stile. Insomma, in ogni caso, ci vuole sempre la testa, il buon gusto ed una grande cultura, se ci sono questi elementi sono sicura che il pubblico non fischierà. Poi aggiungo una notazione pratica: i costumi moderni sono molto più leggeri, comodi e agevoli rispetto a quelli tradizionali, per noi cantanti non è cosa da poco! 
Quale è la domanda che vorrebbe le venisse fatta in una intervista e nessunole ha mai fatto?
La domanda che vorrei farmi è sicuramente questa: quale ruolo vorrei debuttare? Anzi ne approfitto per propormi come Musetta di Boheme, io sono allegra e gioiosa, amo la Valencienne della Vedova Allegra e tutti i ruoli di carattere! Mi piacerebbe anche interpretare Zerlina, del Don Giovanni e Micaela di Carmen che è forse tradizionalmente meno caratterizzata ma sono sicura che riuscirei a conferirle una certo pepe! Mi piacerebbe debuttare anche ruoli del repertorio barocco, che adoro, penso ad Händel in particolare, sarebbe splendido portare sul palco Alcina e la Cleopatra del Giulio Cesare
Chi è per lei Giuseppe Verdi ?
Giuseppe Verdi è un monumento italiano da tutelare, insieme a Puccini, dovrebbero veramente trovarsi nelle liste Unesco. Così come altri autori italiani ma in particolare questi due grandi musiciti portano la nostra lingua in tutto il mondo. anche se non mi sento di dire che siano realmente valorizzati oggi, non lo è neppure il colosseo, la cultura in toto in Italia non è tutelata a sufficienza.  
Tra i suoi personaggi spicca sicuramente Valencienne de La Vedova Allegra. Parliamo del Rapporto opera - operetta. Crede ci sia, soprattutto in Italia, una subordinazione di stampo culturale?  
Assolutamente sì! Io ho iniziato con l’operetta e ne ho fatta tanta. Amo questi ruoli così pieni di vita e sono felice di dirvi che a settembre 2020 sarò nuovamente Valencienne, nella Vedova Allegra al teatro San Carlo di Napoli, con uno spettacolo firmato dal regista Damiano Michieletto. Ma quando parliamo di operetta bisogna distinguere quella italiana da quella mitteleuropea, tedesca in generale (parlo di autori come Lehar, Strauss) che scrivono in modo molto simile all’opera lirica e quindi in questo caso ci vogliono cast di grandi tenori e soprani. Questi spartiti non presentano in sostanza nessuna differenza a livello di tessitura, vocalità e difficoltà rispetto all’opera lirica. Diverso è il caso dell’operetta italiana (ad esempio Virgilio Ranzato con Cin Ci La o Il paese dei campanelli) che prevedono la figura del comico e della soubrette, per questi due personaggi la scrittura musicale è molto bassa e quindi può essere affidata anche ad attori di prosa, magari particolarmente dotati a livello vocale, o a persone che vengono dal musical. In Italia solitamente si vedono rappresentati titoli come La vedova Allegra di Lehar, Il pipistrello di Strauss,al massimo4 Kálmán con scritture e tessiture che sono decisamente di opere lirica, ma il fatto che siano scritte in tedesco rende più difficile la loro diffusione da noi ed è un vero peccato, perdiamo titoli meravigliosi e poco noti in Italia come la Giuditta ed Il paese del sorriso di Lehar. Lancio un appello ai teatri d’Italia: vi prego non facciamo sempre le solite operette, rilanciamo quelle meno conosciute e soprattutto eseguiamole con la corretta intenzione: spumeggianti, piene di vita e anche di classe!
Nelle ultime stagioni sei una presenza fissa qui al Coccia. Parliamo del rapporto tra il teatro è la città’. come viene vissuto? Cosa si può fare per avvicinare nuovo pubblico e/o creare maggiore affezione verso il teatro?  
Per me è sempre un grande piacere ritornare a cantare al Coccia, accetto con piacere gli inviti del teatro. Ho debuttato qui nel 1999, come Apparizione nel Macbeth (accanto ad un cast meraviglioso). Io cantavo già da bambina nel nostro teatro, nel coro delle voci bianche, ricordo le opere nel cortile della canonica, in estate, negli anni in cui il teatro era chiuso per restauri. Questa volontà di non interrompere la programmazione del teatro ha permesso di mantenere attive le sovvenzioni statali (che sono invece state tolte ai teatri di Alessandria, Asti e Cuneo ad esempio). Se oggi abbiamo la Fondazione Coccia è anche grazie a questo lungimirante impegno, ricordo ai lettori che in Piemonte è rimasto solo come teatro d’opera il Coccia ed il Regio di Torino. Per quanto riguarda il rapporto fra il teatro e la città devo dire che ci sono molte lodevoli iniziative, ad esempio i titoli d’opera riadattati per le famiglie e quelli per le scuole con rappresentazioni mattutine che servono a creare un nuovo pubblico di appassionati. Inoltre ci sono eventi quali aperitivi in tatro, e presentazioni con esperti musicologi che spiegano trama e drammaturgia delle opere. Il novarese medio è forse un po’ pigro, e se a volte gli manca la voglia di uscire di casa credo che con minimo sforzo al Coccia possa trovare molti motivi di interesse: titoli più rari e particolari come questo Ernani ed altri titoli più tradizionali e conosciuti, come la prossima Tosca.
Penso che il rapporto del pubblico con il Coccia sia positivo, credo ci sia un grande affetto che lo lega alla città , è un teatro aperto a tutti che propone la prosa, i concerti, i saggi di danza. Questo rapporto d’amore è una buona base per fare diventare sempre più l’opera patrimonio dell’Italia , e anche, lo ripeto, patrimonio Unesco: così come, giustamente, salvaguardiamo la pietà di Michelangelo e restauriamo la cappella Sistina così bisogna fare anche con la nostra amata lirica, che porta la nostra bella lingua e musica in tutto il mondo.

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