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CESARE DALL’OLIO, L’OPERISTA CHE NON ACCETTÒ MAI IL VERDETTO DI PUBBLICO E CRITICA

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b_200_150_16777215_00___images_Cr28sett_iiif-service_music_musschatz_10_59_7_10597_0003-full-pct_50.0-0-default.jpgIl cliente ha sempre ragione, il pubblico quasi. Probabilmente deve averlo pensato Cesare Dall'Olio, uno dei cosiddetti "operisti minori" che hanno vissuto e lavorato nell'800 senza lasciare una traccia indelebile nel mondo del melodramma. Bolognese di origine, classe 1849, di lui si parla ancora oggi per una serie di scritti e pamphlet polemici in cui non accettò mai il verdetto della critica e degli spettatori nei confronti dei suoi lavori. Bisogna approfondire la carriera di questo personaggio per capire se avesse ragione o meno e quindi l'eventuale concessione di una seconda chance. Il liceo musicale di Bologna formò musicalmente Dall'Olio. Sotto la guida di Alessandro Busi, apprezzato soprattutto per le creazioni originali di musica sacra, si dedicò alla composizione con grande impegno. Nello stesso liceo insegnò proprio questa materia, dopo essere stato contattato da Luigi Mancinelli. L'esordio operistico risale al 1873. Dall'Olio aveva 24 anni e presso il Teatro della Società Felsinea della città emiliana presentò un interessante saggio accademico.

Si trattava di un lavoro satirico intitolato "Tisar, ossia Il ritratto fatale" (noto anche come "Trionfo o morte"). Il debutto fu caratterizzato da questo melodramma tragico in un atto che iniziò a farlo conoscere al pubblico. Molto più attesa fu la sua seconda opera. Il tema prometteva bene, la storia di Ettore Fieramosca e un teatro bolognese molto più importante, il Comunale. Il lavoro, su libretto di Enrico Panzacchi, poteva anche contare su un cast d'eccezione: il tenore era Italo Campanini, mentre la direzione venne affidata a Emilio Usiglio. Il 6 novembre del 1875, però, le cose non andarono come sperato. Le sole 4 rappresentazioni fanno ben capire lo scarso gradimento da parte degli spettatori emiliani e anche della critica. Per il riscatto, dunque, si aspettarono altri quattro anni. La nuova opera di Dall'Olio si chiamava "Don Riego", un dramma lirico in 4 atti su libretto di Antonio Ghislanzoni. Anche in questo caso le critiche furono tiepide e poco propense all'entusiasmo.

 

b_200_150_16777215_00___images_Cr28sett_13-liceo.jpgSu La Capitale, la prèmiere del 29 novembre 1879 al Teatro Argentina di Roma fu descritta in questa maniera: Pubblico numeroso e scelto, esito abbastanza favorevole, strumentazione ricca, con qualche incertezza nell'esecuzione; l'autore venne chiamato al proscenio quindici volte. Un altro giornale, Il Liuto, parlò di un risultato scarso ma di un'accoglienza incoraggiante. L'elenco delle opere di Dall'Olio si conclude con "Atal-Kar" (Torino, 1900) e due lavori inediti, vale a dire "Il figlio delle selve" e "Pasquino". Il compositore bolognese fu comunque un valido insegnante e soprattutto autore di saggi dedicati alla musica. Sul "Falstaff Melodrammatico" fu pubblicato il suo articolo "Feudalesimo teatrale", mentre sulla rivista "Scaramuccia" dedicò un pezzo all'emancipazione degli artisti lirici, facendo ben comprendere di non sentirsi un operista minore e di non accettare il verdetto delle sue composizioni.

 

b_200_150_16777215_00___images_Cr28sett_schermata_2020-07-08_alle_09.44.17.pngL'esordio del 1873 aveva fatto in realtà ben sperare, ma per i critici dell'epoca, Dall'Olio tendeva a seguire troppo fedelmente i dettami della scuola tedesca, senza dare un'impronta personale ai suoi lavori e portando a termine melodrammi disomogenei. Negli scritti polemici indirizzò accuse precise alle leggi allora in vigore e agli editori, ritenuti responsabili della mancata affermazione dei musicisti più giovani. Come teorico, invece, stupì tutti con il libro "Lo studio della composizione musicale secondo i principi naturali dell'estetica" (1888), lodato a gran voce dagli esperti. Tra i ragionamenti più interessanti che si possono citare c'è quello relativo allo stile sinfonico e ai suoi due aspetti complementari. Dall'Olio era convinto dell'esistenza dello stile strumentale, rappresentato in modo perfetto dalla sinfonia del "Guglielmo Tell" di Rossini, e dello stile dialogato, esemplificato dalle sinfonie di Beethoven. Nonostante alcune affermazioni un po' forti, rimane un personaggio che è riuscito a impreziosire il mondo musicale con approfondimenti intriganti e pieni di spunti ancora attuali.