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b_200_150_16777215_00___images_schermata_2019-11-22_alle_09.04.38.pngIris è il simbolo dell'arte immortale, trionfante di tutte le sozzure del basso mondo; ma quale leggiadria di contorni, quanta delicatezza, quanta soavità circondano questo simbolo! Pietro Mascagni usò queste parole per descrivere il nuovo soggetto che gli aveva appena proposto il librettista Luigi Illica, proficuo collaboratore di Puccini che si era lasciato ispirare da un soggetto giapponese di quasi un secolo prima, "Il sogno della moglie di un pescatore". L'interesse del compositore livornese fu sempre altissimo, fino alla prima rappresentazione risale del 22 novembre del 1898, per la precisione al Teatro Costanzi di Roma, esattamente 121 anni fa. A distanza di oltre un secolo, il giudizio su quest'opera in tre atti è ancora alterno, proprio come avvenne dopo il debutto nella Capitale. Le premesse non erano state per nulla positive. Il debutto era stato fissato inizialmente per la stagione 1896-97 per poi slittare di un anno, un cambio di programma che innervosì i rapporti tra il musicista e la Casa Sonzogno che si era assicurata i diritti.

 

Oltre a questo ritardo bisogna tenere conto dei dissapori tra lo stesso Mascagni e due interpreti (non proprio gli ultimi verrebbe da aggiungere). Man mano che la prèmiere si avvicinava, infatti, aumentarono le discussioni con il tenore Fernando De Lucia, il primo Osaka della storia, e soprattutto il direttore d'orchestra che avrebbe dovuto impugnare la bacchetta al Costanzi, Edoardo Mascheroni. Quest'ultimo non piaceva affatto a Mascagni per alcuni errori di interpretazione della musica. Mascheroni fu ripreso più volte, fino a quando si arrese all'evidenza e lasciò la direzione al compositore che non vedeva l'ora di essere in prima fila per il suo trionfo. De Lucia, invece, cantò come meglio sapeva fare nonostante la faccia contrariata in più di una occasione. L'accoglienza fu calorosa e positiva, ma la critica rimase subito divisa sulla valutazione della partitura. Le note esotiche erano la vera novità di "Iris" e non c'era una via di mezzo, entusiasmarono e contrariarono il pubblico nello stesso momento.

 

b_200_150_16777215_00___images_pietro_mascagni_2.jpgAlla nona replica ci fu anche l'abbinamento dell'opera a un poema, "A Leopardi". Un dato di fatto non deve essere dimenticato. Con questo lavoro Mascagni si accostò sempre più al clima del cosiddetto "Decadentismo Europeo". Ma perchè le opinioni sono ancora oggi tanto diverse? La storia è molto semplice: ogni nota è focalizzata su una giovane fanciulla giapponese che viene letteralmente travolta da un falso amore. Iris non è altro che una mousmè, termine usato per indicare una ragazza "facile", anche se in realtà la colpa è del giovane Osaka che si invaghisce di lei, la rapisce e le fa abbandonare il vecchio padre non vedente. Lo stesso anziano viene a sapere della figlia che è ormai diventata una prostituta e la rinnega. Il finale è drammatico: Iris si getta in un dirupo e muore tra l'immondizia mentre il sole la libera dal dolore portandola a nuova vita. Il libretto non convinse già dalla prima sera. Gli aggettivi usati dai critici furono molto diversi tra loro, a conferma di un pubblico spiazzato.

 

Per molti spettatori il testo di "Iris" era colto, lucido e pieno di contrasti interessanti, mentre Giacomo Puccini non la pensava allo stesso modo. Il compositore avrebbe trionfato nello stesso teatro un anno dopo con "Tosca" e dopo quel 22 novembre 1898 parlò senza mezzi termini di un libretto che sarebbe stato inadeguato persino se a metterlo in musica fosse stato Dio. Per Puccini, Mascagni non avrebbe potuto ricavare un risultato migliore da quei versi. Al musicista livornese, però, il lavoro di Illica piaceva tantissimo (finale a parte) e gli suscitava una mole impressionante di emozioni positive. Ecco perchè non si risparmiò fin da subito e pensò a un esordio potente e ad effetto per la sua settima opera. Si tratta del pezzo più celebre di questi tre atti, quello che tutti conoscono come "Inno al Sole". Nella musica si scorge Wagner e un po' di Boito, ogni nota è suggestiva al punto che ancora nel 1960 era molto popolare in Italia (fu usato come inno ufficiale delle Olimpiadi di Roma di quell'anno).

 

b_200_150_16777215_00___images_illica.jpgNei circa quattro minuti di inno si intuiscono i vari passaggi dalle tenebre alla luce: la linea melodica della notte viene resa efficacemente dal contrabbasso, mentre i primi albori subentrano con il "calmissimo" dei violoncelli, senza dimenticare i primi raggi in cui entra in scena il coro. Per gran parte della critica, questo inno non è altro che il risultato di uno studio approfondito delle caratteristiche wagneriane del "Mefistofele" di Boito. Per quel che riguarda gli altri brani, la serenata di Jor viene costantemente paragonata a quella di Turiddu nella "Cavalleria Rusticana": si respira la stessa aria popolare del debutto mascagnano di otto anni prima, ma le differenze principali sono di tipo armonico. L'approccio del musicista toscano è quello che non ha permesso di identificare "Iris" come un lavoro realista oppure simbolista.

 

In effetti le note di questi tre atti sono puntualmente a metà tra la strizzata d'occhio al realismo che nasceva proprio in quel periodo e il fascino esercitato dal simbolismo. Basta ascoltare i primissimi momenti del lavoro: l'Inno al Sole è vigoroso come non mai, mentre il primo atto comincia in maniera misteriosa ed esotica, uno "stacco" che è quasi completo. Tra l'altro "Iris" è una sorta di contenitore di più generi musicali. Nel settimo titolo di Mascagni si trovano infatti le allusioni alla Giovane Scuola quando viene rappresentato lo spettacolo dei pupi, ma anche le serenate, le danze, i duetti d'amore, i cori di grandi dimensioni e altro ancora. I dualismi e le ambiguità si riscontrano in un altro momento pregevole come la cosiddetta "Romanza della Piovra": gli elementi veristici sono ben presenti, eppure Mascagni ha aggiunto anche dei tratti musicali che si rifanno allo stile Liberty.

 

b_200_150_16777215_00___images_1880-teatro-costanzi-1.jpgL'opera ha avuto un grande merito, quello di riconciliare il musicista con Gabriele D'Annunzio: "Iris" doveva essere rappresentata al San Carlo di Napoli nel 1899 e i due dimenticarono i rancori del passato, l'affermazione piena del lavoro ambientato in Estremo Oriente consentì a entrambi di placare gli animi. Gli osservatori dell'epoca tirarono un sospiro di sollievo, sottolineando come Mascagni e D'Annunzio non avrebbero potuto guardarsi in cagnesco per tutta la vita. Gli avversari tentarono ugualmente di colpire l'autore di "Cavalleria Rusticana". Ben presto si diffusero delle voci secondo cui "Iris" non poteva essere rappresentata a Londra per gravi motivi di censura. La notizia non corrispondeva al vero e persino il censore degli spettacoli della capitale britannica si affrettò a precisare a mezzo stampa quella che era una delle antenate delle moderne fake news. "Ho trovato il sole": l'esclamazione di Mascagni dopo aver ultimato l'inno sono la testimonianza più viva della sua euforia che merita di essere ascoltata, capita e apprezzata anche ai giorni nostri.

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