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b_200_150_16777215_00___images_NataliaDiBartolo_d7hzvflsb5ob49wgx8za.jpgGlyndebourne, 7 luglio 2017. L'Opera Hamlet del compositore autraliano contemporaneo Brett Dean, andata in scena in prima mondiale  nell'ambito del Glyndebourne Festival 2017, può far nascere un interessante interrogativo: ha la parola di William Shakespeare realmente bisogno della musica?



di Natalia Di Bartolo

E' ovvio pensare come le opere immortali di Shakespeare siano state da sempre fonte inesauribile d'ispirazione musicale e, ovviamente, di fronte ad un tale interrogativo, il melomane verdiano, soprattutto, si riterrebbe colpito da una questione che sembrerebbe rispondersi da sé con capolavori musicali come Otello o Macbeth. Ma, si potrebbe obiettare, nel mondo di oggi in cui va in scena l'opera suddetta ci ritroviamo su un altro piano, soprattutto temporale e di gusto.b_200_150_16777215_00___images_NataliaDiBartolo_xyvckrdoed6v9rpccyyq.jpg

L'Opera Hamlet del compositore autraliano contemporaneo Brett Dean, andata in scena in prima mondiale giorno 11 giugno 2017 nella Glyndebourne Opera House, nell'ambito del Glyndebourne Festival Opera, può far nascere un interessante interrogativo: ha la parola di William Shakespeare realmente bisogno della musica?

E' pur vero che Verdi, preso come esempio principe per la questione, avesse necessità di un libretto da musicare tratto da Skakespeare e che avesse ben validi librettisti a disposizione, ma è vero anche che la sua è una musica che tende non ad accompagnare la parola originale shakespeariana, ma soprattutto a ricrearne l'atmosfera ed a coglierne i più reconditi significati complessivi.

In realtà la parola inglese del Bardo, il suo verso, hanno già in sé un'assoluta valenza musicale e, teoricamente, non necessiterebbero d'altro che di un “fine dicitore” che li pronunciasse, li modulasse e li porgesse, facendoli rivivere.

La figura del “fine dicitore”, ove per tale s'intenda colui che sappia declamare il verso, purtroppo, si va rarefacendo sui palcoscenici di oggi. Emettere e modulare la voce recitata, infatti, necessita di uno studio apposito e non è “parlare”. Esiste una tecnica ben specifica per impostare la voce, che fa del diaframma l'appoggio e che è simile a quella del canto lirico ed a tale tecnica si uniscono, ovviamente, la capacità di mimesi, di immedesimazione e la sensibilità individuale dell'attore nel recepire e porgere il verso, con i suoi respiri e ritmi predefiniti, ma con suprema eleganza.

La scuola degli italiani non si è estinta, per fortuna, con l'ultimo grande scomparso in ordine di tempo, Giorgio Albertazzi, ma epigoni validi proseguono, sia pure in numero esiguo, quest'arte nobilissima, che si può assimilare al canto. Ovviamente, nella patria del grande genio inglese, dopo grandi nomi di madre lingua, da Laurence Olivier ad Alan Rickman, Scuole illustri percorrono ancora questa strada, anche se tendono ad aprirsi inevitabilmente alle sperimentazioni.

Lo stile compositivo del Dean, che si accosta così direttamente al verso di Shakespeare, è conosciuto per creare suoni dinamici e trattare singole parti strumentali con ritmi complessi. Le moderne tecniche del suono sono caratteristiche del suo stile, così come una cura particolare ed elaborata delle percussioni, spesso arricchite da oggetti comuni suonati come strumenti. Gran parte del lavoro del Dean si basa su stimoli letterari, politici o visivi, trasportando un messaggio non musicale: questo Hamlet, composto tra il 2013 ed il 2016, dunque, né è prova lampante.

b_200_150_16777215_00___images_NataliaDiBartolo_kl4afu4axkqd7my2jlkr.jpgIo credo che quella del Dean sia una composizione legata più ai singoli parola/frase/verso shakespeariani che alla musica d'opera. Egli stesso afferma che non esiste una versione definitiva dell'Hamlet. C'erano almeno tre versioni stampate durante la vita di Shakespeare o poco dopo, e infinite variazioni, che sono rimaste. Questa condizione di apparente “non finito” gli ha dato lo spunto per sperimentare un Hamlet in musica.

Tale musica, per la natura del progetto, si presenta dissonante, a tratti anche poco gradevole all'ascolto, soprattutto per quanto riguarda i suoni emessi nel canto. La parte affidata all'orchestra si sente spesso solo in sottofondo ed emerge abilmente anche a tratti, ove le condizioni dell'atmosfera della tragedia necessitino maggiormente di un supporto che voglia tendere “oltre” il verso e la singola parola.

Qui sta il punto. L'opera del Dean è interessante, è un'opera moderna, ma da intendersi, a mio avviso, come un “esperimento” riguardante il testo di Shakespeare, su un libretto di Matthew Jocelyn che aderisce al filo narrativo del Bardo, ma riducendo, riconfigurando e intrecciandolo in motivi che evidenziano i principali temi drammatici: la morte, la follia, l'impossibilità di certezza e le complessità d'azione.

Però, nonostante qualche “licenza” che riguarda i personaggi di Rosencrantz e Guildenstern in particolare, la vicenda c'è tutta, per intero, assolutamente fedele, nel testo e nella drammaturgia. Ergo, l'opera del Dean appare nel complesso una sorta di canto declamato o di declamazione cantata dell'Hamlet di William Shakespeare. Il canto dei protagonisti, “attori cantanti”, è caratterizzato dall'accompagnare ogni parola modulandola col canto e dandole valenza evocativa con il supporto della musica. Un “plus valore” di cui l'opera shakespeariana, sia pure fornendo all'autore l'alibi di lavorare sul “non finito”, probabilmente non necessitava e che poco, a mio parere, aggiunge o toglie all'originale, che è già bastante a se stesso quale capolavoro assoluto.b_200_150_16777215_00___images_NataliaDiBartolo_nsgtvoxtbfnxbmtvdwtg.jpg

Lodevoli però, ovviamente, gli intenti artistici, approfondita e studiata la tessitura musicale. Gli interpreti devono confrontarsi con un canto in cui la melodia orecchiabile non esiste, pur persistendo qualche accenno evocativo alle arie aperte della musica operistica moderna e contemporanea, cori compresi, nei quali il cosiddetto “accompagnamento” si mostra rarefatto al massimo, eppure curatissimo.

Particolamente suggestiva la pazzia di Ophelia, divenuta ella stessa una sorta di giunco tra i giunchi in mezzo ai quali è destinata a morire galleggiando, e che ha dato modo al compositore di dare libero sfogo alle suggestioni evocative dei suoni giocati tra parola e canto, fino alle urla modulate ed all'uso della percussione dei pugni sul petto durante il canto, per simulare l'angoscia del battito cardiaco.

Dunque un'esperienza “sonora” più che musicale del tutto particolare, che definirei prettamente britannica, questo Hamlet di Brett Dean e, tenendo sempre presenti non solo le note immortali di Verdi, ma anche quelle di Thomas, un evento che serva anche a ricordare come al genio dei geni della Letteratura, e in particolare al suo Hamlet, ci si debba accostare con il massimo rispetto che, a onor del vero, l'autore e tutti gli artefici hanno messo in atto.

 

Natalia Di Bartolo © DiBartolocritic

 

Foto Richard Hubert Smith

 

 

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