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01 toscaniniIn questo mese di marzo ricorrono i 150 anni dalla nascita di Arturo Toscanini, il più discusso direttore d’orchestra italiano di ogni tempo, ma anche il più geniale, che fece parlare le cronache musicali internazionali fino al termine dei suoi 90 anni di vita.

 

Il padre, Claudio, era un modesto sarto che aderì all’Associazione Unitaria Democratica, movimento capeggiato da Mazzini, allora in esilio. Il suo primogenito nacque alle tre di notte del 25 marzo 1867 nell’alloggio dei Toscanini, al numero 13 di Borgo S. Giacomo (ora Borgo Rodolfo Tanzi). Malgrado le sue convinzioni anticlericali, in quello stesso giorno Claudio portò il suo bambino nel duecentesco Battistero di Parma, uno dei più belli d’Italia, a cui fu imposto il nome di Arturo Alessandro, prima che la famiglia si 2 toscaninitrasferisse a Genova, dove il capofamiglia contava di aprire una nuova sartoria con migliori prospettive.
La permanenza genovese, dove intanto era nata la secondogenita Narcisa, durò poco tempo e i Toscanini ritornarono ben presto nell’originaria Parma. Qui Arturo, che intanto aveva dato segni di una precocissima memoria, dopo aver superato l’esame di seconda elementare, fu avviato ai primi rudimenti di pianoforte da un professore di tuba di nome Bonini e in seguito indirizzato al Conservatorio di Parma, dove era disponibile un solo posto di alunno interno. Non riuscì però ad ottenere subito quel posto, perché si classificò secondo, ma nel febbraio dell’anno seguente (1878) e con un altro esame vi fu però ammesso con una borsa di studio.
Durante i primi due anni Arturo imparò il solfeggio, rudimenti di teoria, armonia, pianoforte, canto corale, storia della musica e materie non musicali. Dal secondo anno in poi, sebbene preferisse il pianoforte, gli fu assegnato come strumento principale, il violoncello che studiò con Leandro Carini, mentre approfondiva armonia e composizione col direttore del Conservatorio, Giusto 3 toscaniniDacci. Alle soglie dell’adolescenza, Toscanini era già completamente preso dall’amore per la musica e dal desiderio di svelarne tutti i segreti. Non conosciamo molti altri particolari circa i suoi studi al Conservatorio, ma sappiamo con sicurezza che insegnanti e condiscepoli ne riportarono sempre una profonda impressione. Con la sua memoria eccezionale e la sua straordinaria facoltà di concentrazione doveva sembrare a volte una specie di mostro, sebbene fosse di carattere schivo, tranquillo e tutt’altro che propenso a sfoggiare il suo talento o a servirsene per fare sfigurare i compagni. Avrebbe sempre voluto far musica e persuadere i compagni a suonare insieme brani sinfonici od operistici da lui trascritti, anche se riunioni del genere erano vietate dal regolamento scolastico. La sua indiscussa bravura e le sue critiche penetranti gli procurarono due benevoli soprannomi che egli detestava: “genio” e “forbsòn” (forbicione in dialetto parmigiano). Verso i 15 anni cominciò a comporre sul serio e a 21 aveva già scritto oltre una ventina di brevi pagine.
Nell’ultimo anno trascorso al Conservatorio venne nominato dal Dacci, insegnante aggiunto di armonia, nonostante alcuni contrasti che per poco non provocarono la sua espulsione, come la partecipazione in veste di primo violoncello all’esecuzione di un’opera - balletto a Carpi senza averne la prescritta autorizzazione. Si diplomò nel luglio di quel 1885, superando gli esami con la massima votazione e la lode in violoncello e composizione, oltre a guadagnare il Premio Barbacini che ogni anno veniva assegnato al migliore diplomato. Tornò probabilmente a suonare a Carpi finché l’impresario Claudio Rossi non lo notò scritturandolo come primo violoncello e maestro sostituto del coro di una compagnia operistica che intendeva mandare in Brasile: due responsabilità 4 toscaninieccezionali per un ragazzo ancora tanto giovane. Dopo aver suonato al Regio di Parma durante la stagione invernale preparò il suo piccolo bagaglio e partì dalla città natale, dove non sarebbe mai più tornato ad abitare. A Genova salutò i genitori e le tre sorelle -che vi erano recentemente trasferiti per la seconda volta- e si imbarcò col resto della compagnia operistica.
Toscanini festeggiò il diciannovesimo compleanno a Cadice e verso la metà di aprile la compagnia giunse a San Paolo del Brasile. Quando questa si trasferì poi a Rio de Janeiro, dove avrebbe dovuto esordire il 25 giugno al Teatro Dom Pedro II, con Aida, i dissensi in seno ai cantanti (e alla stessa orchestra) verso il direttore Leopoldo Minguéz assunsero toni di autentica insubordinazione. Minguez mandò per fortuna una diplomatica lettera di dimissioni e rinunciò all’incarico. Ma neppure il sostituto Carlo Superti si mostrò all’altezza di condurre in porto le sorti di quella Aida per le contestazioni violente del pubblico. Per l’impresario Rossi quell’impresa sarebbe finita in un autentico fallimento se qualcuno del coro non avesse suggerito di ricorrere alla direzione di Toscanini.
Poi tutti sappiamo come si poté ricompose la situazione. Il giovane direttore parmigiano salì il podio e diresse con assoluta calma la sua prima opera guadagnandosi il consenso più vivo, non solo del pubblico che aveva atteso un’ora ed un quarto l’inizio dell’opera- 5 toscaninima anche di tutta la critica. Basti ricordare un giornale per tutti, la Gazeta de Noticias del 1° luglio: “Toscanini è un giovane di diciannove anni, considerato un musicista prodigio. Sa a memoria sessanta opere (o forse centoventi). E’ lui che fa studiare gli artisti in privato, accompagnandoli al pianoforte senza guardare la partitura che conosce ad occhi chiusi. Sveglio, vivace, entusiasta e coraggioso, il signor Toscanini si è rivelato all’ultimo momento un direttore sicuro e di polso. A giudicare dagli applausi e dalle felicitazioni che ha ricevuto, si direbbe che quella di ieri sera sia stata la ben nota situazione “le roi est mort, vive le roi”. Dobbiamo riconoscere che questo giovane maestro è ben degno di impugnare la bacchetta”.

 

© Gianni Villani

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