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b_200_150_16777215_00___images_libretto_arrighetto_2.jpgUno stile dominato dalle principali forme teatrali del suo tempo, ma non privo di ispirazione, di espressione e di tecnica. È forse questo il giudizio che meglio sintetizza la carriera musicale di Carlo Coccia, compositore napoletano che vanta trentotto opere, molte delle quali sono state però presto dimenticate. Eppure, finché rimasero in repertorio furono un richiamo eccezionale per il pubblico di tutta Italia: un caso emblematico è quello di "Arrighetto", dramma per musica in un atto su libretto di Angelo Anelli che venne rappresentato per la prima volta al Teatro San Moisè di Venezia il 9 gennaio del 1813, esattamente 202 anni fa. La ricorrenza ci permette di approfondire la storia di un lavoro che è attualmente poco noto.

La scelta della città lagunare non era casuale. Coccia aveva già alle spalle una serie di melodrammi di buona fattura dopo l'esordio del 1807 con "Il matrimonio per cambiale": la Fenice, il San Benedetto e il San Moisè erano tre teatri che garantivano spettacoli di buon livello, in particolare gli ultimi due si erano ormai specializzati nella rappresentazione di atti unici. Inoltre, queste opere non superavano mai i novanta minuti di durata complessiva, spesso erano prive di coro e le scene si presentavano il più essenziali possibile. La formula era perfetta per i compositori più giovani e Coccia in quel periodo aveva circa trent'anni. La concorrenza era comunque spietata.

 

b_200_150_16777215_00___images_carlo_coccia.jpgIn effetti, il debutto di "Arrighetto" anticipò di pochissimi giorni "Il signor Bruschino" di Gioachino Rossini; Coccia ottenne un franco successo, mentre il compositore pesarese fu subissato di fischi, nonostante poi le due opere abbiano avuto una sorte ben diversa. Il musicista partenopeo scelse una delle novelle del Decamerone di Boccaccio, per la precisione quella di Madama Beritola, ma le variazioni furono significative rispetto all'originale. Esiste un resoconto molto fedele di quel lontano 9 gennaio, vale a dire la recensione da parte del Giornale dell'Adriatico:


Questa farsa offre un argomento il più interessante, i caratteri più ben sostenuti, la condotta unissona e regolare ed è scritta con uno stile ben degno del rinomato autore. La musica del sig. M. Carlo Coccia è degna di quel genio che s'è qui segnalato, massime nella Matilde, ovunque ripetuta. Brillante, espressiva, adattata a' soggetti, ognuno vi si distingue, ognun fà la sua figura. Il quartetto, specialmente, è d'un mirabile lavoro, ben più lo sono il terzetto, il finale e parecchj pezzi. Abbonda è vero de' moderni istrumentali crescendi che gira, gira, son quelli, ma la moda e l'effetto li addotta, e sin che fanno impressione, donar puossi a' maestri l'abuso di questa clamorosa oppressione de' cantanti. Gli applausi furon sommi.

 

b_200_150_16777215_00___images_goldoni_06.jpgTra i protagonisti della prèmiere figuravano nomi di tutto rispetto. Ad esempio, il ruolo di Corrado fu assegnato a Nicola De Grecis, basso costantemente presente alla Scala di Milano nei primi anni dell'800, senza dimenticare Teodolinda Pontiggia (Despina), Carolina Nagher (Rosa), Tommaso Berti (Giannotto), Luigi Rafanelli (Tebaldo), Nicola Tacci (Ludovico) e Gaetano Dal Monte (Pasquale), tutti più o meno coinvolti nelle opere giovanili di Rossini. Come già anticipato, esistono delle differenze tra la novella di Boccaccio e l'atto unico di Coccia. Nel Decamerone i due figli di Arrighetto giungono fortunosamente a Genova, mentre nell'opera è il padre che li affida al servitore Pasquale.

 

Dopo una serie di vicissitudini e colpi di scena, il protagonista eponimo potrà riabbracciare i suoi figli e vi sarà anche il matrimonio tra Despina, figlia del feudatario Corrado, e Giannotto, cameriere dello stesso. Con "Arrighetto" Coccia conquistò la definitiva popolarità. Il Teatro a lui intitolato a Novara ha consentito di riscoprire questa e altre farse dimenticate del compositore napoletano, senza dimenticare le più recenti incisioni discografiche (l'ultima risale al 2005). È un peccato che su questo atto unico sia calato inesorabilmente il silenzio: come sottolineato dalla stampa dell'epoca, qualche difetto esisteva, ma alcuni pezzi meritano delle citazioni.

 

b_200_150_16777215_00___images_arrighetto_oggi_2.jpgNello specifico, la sinfonia risente di qualche influenza settecentesca di troppo, ma si presenta briosa e frizzante, pensata appositamente per conquistare nell'immediato il pubblico: dopo questa ouverture seguono appena otto numeri, vale a dire la cavatina di Despina, l'aria di Corrado, il quartetto, l'aria di Pasquale, l'aria di Giannotto, il terzetto, l'aria di Despina e il finale. Gran parte della drammaticità dell'opera si deve ovviamente ai concertati, in cui si avverte nettamente l'ispirazione di Giovanni Paisiello. Gli strumenti, poi, sono ridotti al minimo: un ottavino, un flauto, oboi, clarinetti, un fagotto, corni, trombe ed archi. È curioso sottolineare, infine, come la farsa abbia cominciato a sparire quando Coccia si trasferì in Portogallo nel 1820.

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